“L’onda rossa” – di Marco Sbandi, Edizioni 7 mari©, luglio 2012
La porta dell’ufficio era chiusa. La fila di persone in attesa si allungava. L’usciere cominciò a meravigliarsi di quella fila così lunga. Altre donne arrivarono ed altri uomini. La fila cominciava a disturbare la circolazione nel grande palazzo del tribunale. Inoltre erano già le 11. Alla fine l’usciere non riuscendo più a tenere sotto controllo la fila, chiamò altri dipendenti del tribunale, e gli addetti alle pulizie. Le chiavi dell’ufficio non si trovavano. Infine, quando si riuscì ad avere l’ordine dal funzionario di competenza, due uomini cominciarono a cercare di forzare la serratura per entrare. Dopo 10 minuti riuscirono ad entrare. Il funzionario era rimasto là seduto ma … aveva qualcosa in bocca. Un biglietto appiccicato sulla sua giacca diceva : <>. I due uomini che erano entrati restarono senza fiato, ma si toccarono le parti intime. Fu una donna, ad entrare per terza, la prima della fila in attesa a gettare un grido terrificante : il funzionario seduto aveva in bocca il proprio pene strappatogli con uno strumento ignoto. Il messaggio sul foglio era scritto con il sangue stesso del defunto. L’uomo aveva una vecchia giacca grigia alquanto lisa, un pantalone dello stesso colore, una camicia bianca sporca di sudore, dei calzini bianchi e dei mocassini neri. Aveva ancora sugli occhi un paio di occhiali molto spesse e tonde.
La sera prima aveva detto all’usciere di avere del lavoro arretrato da sbrigare e l’usciere non si era insospettito o comunque non aveva osato contraddire un funzionario. Il messaggio sul foglio fece pensare ad alcuni ad una rivendicazione politico-religiosa. La lotta alla corruzione ed alle attività sessuali extra-coniugali era una delle dichiarate ossessioni del partito al governo, ed era altrettanto noto che quel partito ambiva a sostituire i vecchi funzionari per nominarne di nuovi espressione del partito. Ma perché proprio quel funzionario era stato colpito ?
Le indagini furono affidate ad un dirigente di polizia noto per la sua fedeltà alla famiglia regnante. L’uomo cominciò subito a cercare di ripulire la memoria del funzionario, sottolineandone la puntualità in entrata ed il ritardo in uscita come segno della indefessa fedeltà allo stato. Cercò anche di attribuirgli meriti riguardanti la scoperta di presunti documenti falsi che il morto avrebbe bloccato. Ma la stampa avversa bollò l’operazione come un tentativo di insabbiare il caso e di fare del funzionario un martire, e sottolineò ancor di più la necessità di rinnovare il personale del tribunale, che non veniva rinnovato se non in minima parte dalla ascesa al potere del vecchio dittatore. L’incaricato delle indagini con gli occhi della stampa e dei superiori puntati su di lui, non riusciva a far luce sul caso. Non si trovavano impronte che non fossero del morto e le tante altre potevano essere di chiunque fosse entrato per presentare i documenti al funzionario. Inoltre nel lago di sangue che si era formato a terra per l’eviramento del morto, c’erano le impronte di tutte le persone che erano entrate quella mattina senza fare attenzione. Se avesse fallito avrebbe certamente perso il posto.
Erano già passate due settimane dal primo ritrovamento, quando una altra porta delle tante stanze del tribunale fu trovata chiusa. Questa volta la polizia fu chiamata prima di aprire la porta. Quando l’ufficiale si trovò di fronte ad una scena del tutto simile a quella del caso precedente fu preso da un conato di vomito. Quello che era seduto con il suo presunto orgoglio in bocca era un suo collega ed amico. Anche sul secondo corpo c’era un messaggio scritto con il sangue, ma impronte troppe e non nei punti decisivi. Ancora una volta l’incaricato delle indagini cercò di ripulire la fama del morto, con scarso successo. A parte la partecipazione ad alcune operazioni antidroga, le voci sul suo disinvolto uso del potere non mancavano ed il suo ruolo era uno di quelli che il partito al potere avrebbe voluto controllare, per quanto apparentemente non determinante. La carriera del dirigente di polizia incaricato delle indagini si faceva sempre più precaria, ma proprio per questo l’uomo non riusciva a predere decisioni spaventato dagli attacchi che avrebbe subito in caso di fallimento.
Infine l’uomo decise di arrestare qualche giovane del movimento per la democrazia per dare alla stampa un mostro da linciare. Ma la ricerca affrettata del capro espiatorio si rivelò pericolosa. I giovani riuscirono a portare ai loro avvocati, ed alla catena televisiva al jazeera, un filmato che li riprendeva tutti insieme impegnati in una riunione proprio all’ora presunta del delitto. Salvo qualche giornale di bassa lega, gli altri si arresero all’evidenza e finirono per sostenere la tesi del regolamento di conti tra fedeli alla monarchia e fedeli al partito di governo. Il funzionario in breve perse il posto, in seguito ad una telefonata del monarca al trono. Doveva esserne nominato un altro, ma il braccio di ferro tra la casa regnante e il partito al governo impedì la rapida nomina del sostituto. Infine il presidente del consiglio vinse sottolineando la brutta figura dell’incaricato del campo avverso. Il nuovo incaricato si impegnò a smontare accuratamente la presunta buona reputazione dei morti evidenziando invece come fossero noti per pratiche di corruzione e abuso di potere. Il movente quindi fu messo in luce chiaramente dalla stampa vicina al partito di governo. Ma due giorni dopo la conferenza stampa che additava come corruttori i defunti funzionari l’incaricato delle indagini incredibilmente cadde da una finestra del tribunale e morì sul colpo. Fu chiaro a tutti che si trattava della vendetta dei funzionari di area monarchica, ma proprio per questo le prove furono immediatamente distrutte dai nemici dell’investigatore. Era necessaria quindi una nuova nomina, ma all’interno del partito di governo molti temevano che imporre al monarca una nuova nomina avrebbe significato condannare a morte il nominato. Passò una settimana senza che alcuna indagine fosse portata avanti né sui funzionari giustiziati né sull’investigatore fatto cadere dalla finestra. Per scaricare le responsabilità di quelle morti su agenti esterni e ricompattare l’opinione pubblica la stampa vicina alla famiglia reale cominciò a sostenere che dietro quelle morti firmate c’era al-Qaida, ma l’addetto culturale della ambasciata statunitense si affrettò a smentire ogni responsabilità del gruppo terrorista, e per dimostrarlo chiese che le indagini fossero affidate ad un investigatore statunitense, il cuoco della ambasciata.
Il partito al governo dovette incassare il colpo, ma si preparò a screditare il nuovo incaricato. Due giorni dopo un altro funzionario del tribunale fu trovato evirato con il pene in bocca e lo stesso messaggio scritto con il suo sangue su un foglio appuntato sulla area evirata. L’investigatore statunitense che non conosceva una parola di arabo marocchino dovette affidarsi alle traduzioni di ostili dipendenti del tribunale. In breve si accorse di essere completamente isolato. Passò una settimana e la stampa vicina al partito di governo cominciò a sottolineare la passività dell’investigatore e la sua incapacità a risolvere il caso. L’odio popolare contro l’arroganza della ambasciata USA cominciò a montare tanto che l’investigatore si sentì costretto a lasciare frettolosamente il paese su un aereo militare che “stranamente” era atterrato in quel paese.
Allora un preside di una scuola privata francese si presentò alla corte per suggerire l’intervento della intelligence francese che conosceva invece l’arabo marocchino. Il re accettò con piacere quella offerta e il partito al governo non si oppose, sempre nella speranza di evitare perdite e brutte figure. L’investigatore francese si mise subito all’opera e scoprì che la carta sulla quale erano stati scritti i messaggi proveniva tutta dalla risma per le fotocopie conservata al pian terreno del tribunale. Ma quella carta poteva passare per le mani di molti funzionari e dipendenti, oltre che dei fattorini che la consegnavano, e dunque la scoperta non avvicinava la soluzione del caso. Ma il francese aveva dimostrato di cominciare ad indagare, cosa che preoccupò i fedelissimi del vecchio dittatore. Questi allora si rivolsero al presidente del centro culturale spagnolo, che promise di parlarne alle autorità del suo paese. L’offerta non poteva essere rifiutata, era una occassione per infiltrarsi nelle questioni interne del paese a danno dei colonizzatori più quotati, francesi e statunitensi. Ma la notizia dell’accordo tra le autorità spagnole e la vecchia guardia del dittatore giunse per caso alle orecchie del partito di governo che decise di passare al contrattacco. Mentre gli agenti spagnoli facevano trovare l’investigatore francese in compagnia di una persona che dichiarava di essere transessuale, i militanti del partito di governo si misero d’accordo con l’addetto commerciale della ambasciata cinese per silurare l’imminente nomina dell’investigatore spagnolo. Intanto le indagini sui fatti ancora una volta si fermarono, ma non si arrestò l’ ondata di esecuzioni. Questa volta toccò ad un giudice essere trovato evirato con lo stesso messaggio appuntato addosso. Lo smacco per l’investigatore spagnolo fu palese e dovette ritirarsi anche lui di fronte alla evidenza del fallimento.
La famiglia reale cominciò a pensare che dietro quelle morti misteriose ci fosse il partito di governo e una riunione di emergenza sulle eventuali trattative fu convocata in gran segreto in un palazzo sull’Alto Atlante. Il re cominciò tristemente a pensare di dover concedere qualcosa al partito di governo ma non sapeva a quale potere rinunciare. Intanto visto il discredito che si abbatteva giustamente sulla monarchia e sul partito di governo, che aveva vinto le elezioni con il 30% dei voti dati dal 45% degli elettori, il movimento degli studenti intensificò la propria azione di protesta contro entrambi e presto trovò l’alleanza con i sindacati. Monarchia e partito di governo furono sempre più contestati, mentre il giallo dei funzionari evirati non trovava alcuna soluzione. Infine il re decise di sciogliere il parlamento e dichiarare la legge marziale, denunciando un presunto complotto terrorista internazionale contro la sua persona. In questo modo il partito che era salito al governo con le precedenti elezioni era stato silurato ed il re si era ancora una volta ripreso quelle apparenti libertà costituzionali che aveva tanto pubblicizzato nel suo discorso pre-elettorale. Ma quel discorso e la stessa competizione elettorale non avevano mai incantato il movimento dei giovani, ora alleato dei sindacati. La mossa del re perciò non era giunta a sorpresa. Il partito che era stato privato delle funzioni di governo decise allora di attaccare frontalmente la monarchia sostenendo che dietro quelle morti misteriose c’era un regolamento di conti all’interno di apparati dello stato da tempo corrotti e soprattutto corruttori. Questo attacco mirava al sostegno popolare, ma ormai il partito era considerato compromesso con il potere e restò isolato. Intanto i funzionari evirati erano aumentati, ed i casi non si limitavano più al solo tribunale, ma investivano anche i ministeri. Il terrore e la diffidenza reciproca si diffusero nei palazzi del potere. Se prima l’autocensura era una regola, ora neanche quella bastava più a garantire la sicurezza. Anzi alcuni funzionari cominciarono a denunciarne altri nella disperata ricerca della propria salvezza. Così altri casi di abuso di potere vennero alla luce, e molti furono inventati nella lotta scatenatasi tra i funzionari peggiori dei palazzi. Cominciarono a crearsi delle alleanze clandestine in base alla regione di provenienza, all’ambito di potere e cosi via. Anche nelle caserme si diffuse il panico, e le reclute cominciarono ad associarsi per far fronte ai veterani. Da alcune caserme, le reclute terrorizzate dalle storie sentite sugli anni di piombo del precedente dittatore, fuggirono con le armi verso i villaggi di origine o verso le bidonvilles delle grandi città dove raramente la polizia si avventurava. Intanto le esecuzioni di funzionari aumentavano nonostante la legge marziale e le organizzazioni studentesche e sindacali per non farsi annientare dalla repressione cominciarono ad organizzarsi in modo clandestino, città per città, quartiere per quartiere. La polizia divisa al suo interno dovette abbandonare alcune caserme in tutta fretta. I vertici dell’esercito cominciarono a pensare ad un golpe per destituire il re ma il duplice potere religioso e istituzionale della famiglia reale, rendeva questa operazione difficile. Il paese infatti, memore delle gravi responsabilità dei vertici dell’armata nelle operazioni di repressione dei decenni precedenti che avevano visto rapimenti, torture e uccisioni di oppositori politici e sociali, non davano alcun credito ad una ipotetica indipendenza dei militari rispetto alla famiglia reale. Il re ne approfittò per far fucilare alcuni generali di cui non si fidava più, attribuendo a questi militari presunti tradimenti della patria e della famiglia reale. Una calma apparente regnava in molte aree del paese. Le manifestazioni di piazza erano scomparse, ma la famiglia reale stava perdendo il controllo effettivo del paese. Le fucilazioni dei generali volute dal re provocarono ulteriore panico nelle caserme, non essendo chiaro come dei militari scelti dalla famiglia reale potessero essersi allontanati dalla fedeltà alla famiglia stessa. L’evirazione dei funzionari, cominciata come un mistero scomodo da risolvere, stava diventando una mina per il potere oligarchico di quel paese. Nelle moschee l’autorità religiosa della famiglia regnante cominciava ad essere violentemente messa in discussione da alcuni imam. Ma l’opposizione alla famiglia reale ed agli ambienti compromessi con essa, era tutt’altro che unita. Partiti di ispirazione vetero-islamista, partiti di ispirazione “liberale” e partiti di ispirazione socialista erano divisi sul che fare dopo la eventuale sconfitta della monarchia.
Intanto il governo israeliano sempre più screditato per la politica di apartheid adottata nei confronti di ebrei di origine africana, di palestinesi, di immigrati africani e asiatici giunti per lavorare in Israele, e per gli episodi di corruzione che avevano avuto come protagonisti presidenti del consiglio ed eminenti personalità, decise di lanciare per l’ennesima volta una campagna per l’esodo finale degli ebrei dal nordafrica verso Israele, denunciando l’imminente pericolo di strage che avrebbe corso la comunità ebraica in caso di sconfitta della monarchia regnante. Ma la comunità ebraica del paese conosceva troppo bene la situazione interna per farsi spaventare da notizie esterne. Sapeva inoltre che il governo di Israele aveva bisogno di nuovi immigrati da reclutare per la caccia ai palestinesi, ai beduini, agli immigrati africani ed agli ebrei che si opponevano alla politica segregazionista del governo. Infine tra i maggiori esponenti della comunità vi erano state personalità scelte dal sovrano per incarichi della massima delicatezza a livello nazionale e internazionale. Ma ad una parte della comunità ebraica del paese, vista l’insistenza della propaganda israeliana, venne in mente una altra idea : fece giungere alla famiglia regnante la voce confidenziale di un possibile attentato contro il re da parte di militari scontenti con il favore dei partiti islamici. La voce era difficilmente controllabile da parte della famiglia regnante ma considerata la fonte non poteva essere scartata come certamente infondata. Il re allora cominciò a cercare un rifugio sicuro per la propria famiglia, ma a quale governo poteva chiedere asilo senza compromettere definitivamente la propria credibilità e autorità ?
Intanto l’ex partito al governo veniva sconvolto da scontri interni e dalla accusa pubblica di compromissione con il potere centrale. Alla sua destra altri partiti islamici chiedevano l’applicazione rigida della sharia, accusando il partito che era andato al governo di palese tradimento dell’Islam e di capitolazione nei confronti dei nemici americani e israeliani. Ma le nuove generazioni, colpite dal suicidio di diverse ragazze che erano state costrette a sposare i loro violentatori, e dalla crescente ossessione del partito che era stato al governo, per la condanna delle relazioni extraconiugali, le minacce di imam a giornalisti indipendenti e a scrittori che sostenevano i diritti della comunità lgbt, nonchè dalla palese contraddizione tra reddito di alcune personalità religiose e miseria delle bidonvilles, erano decisamente più laiche. Anche l’orgoglio amazigh e saharaui pretendeva nuovo riconoscimento in un paese segnato dalle politiche coloniali di divide et impera che avevano cercato la contrapposizione tra arabi e berberi e tra arabi ed ebrei, a tutto vantaggio delle istituzioni private francesi che puntavano sul bilinguismo. Con l’esercito diviso e confuso, e la caccia ai funzionari di stato corrotti ma soprattutto corruttori, anche nelle aree più periferiche del paese la protesta crebbe ulteriormente e si organizzò per resistere. D’altra parte se nelle grandi città movimento degli studenti e sindacati avevano una rappresentanza maggiore dei partiti presenti in parlamento, in diverse aree periferiche la partecipazione al voto era sempre stata inferiore al 10 per cento. La famiglia regnante aveva cercato di comprare il consenso di quelle popolazioni investendo denaro per progetti di ammortizzazione sociale, ma troppi potevano vedere che gli ingenti profitti dello sfruttamento dei fosfati restavano nelle mani di pochi. Infine il re decise di trasferire tutta la famiglia in uno ksour ai confini del deserto, completamente ristrutturato con piani segreti alla base per resistere ad un lungo assedio, e torri dotate di radar sofisticatissimi offerti dal governo di Israele. Lontano dalle grandi città, base della militanza studentesca e islamica, il re pensò di essere al sicuro da qualsiasi tentativo di attentato. Inoltre una pista permetteva al suo aereo personale di lasciare quel bunker per atterrare su una portaerei che eventualmente lo volesse portare in esilio. Partita la famiglia reale in gran segreto, le guarnigioni delle grandi città non sapevano che fare. Con molta prudenza le squadre di studenti e lavoratori cominciarono ad occupare le caserme senza incontrare resistenza, ma in alcuni casi la concorrenza dei partiti islamici. I militari erano spariti, i più giovani tornati a casa, i più anziani diretti alla dimora reale o anche loro presso parenti che potessero garantire loro un lavoro da guardia privata. Il re infine per assicurarsi la permanenza in vita sembrava aver rinunciato al potere politico, ma gli restava un immenso patrimonio da spendere per rientrare in campo in altro modo. Infatti dal suo ksour dettò tramite telecamere un discorso alla nazione : si sarebbe presentato alle elezioni come leader di un nuovo partito nazionalista.
L’obiettivo del movimento giovanile era stato raggiunto apparentemente, almeno dal punto di vista istituzionale. Ma chi aveva giustiziato quella trentina di funzionari e poliziotti che per decenni aveva abusato in ogni modo del proprio potere ? La risposta era più semplice di quanto gli investigatori avessero immaginato : non era stata una sola persona a giustiziarli ma una piccola folla di vittime, le cui impronte erano rimaste tutte sul luogo del delitto. Ma la ricerca ossessiva di una persona che da sola avesse compiuto tutte quelle azioni aveva impedito che le indagini fossero approfondite. L’azione corale di quella piccola folla di vittime aveva avuto ragione della ottusità del potere, che si era dilaniato in mille lotte intestine.